Recensione: Bao

C’è stata una scossa molto forte ai Pixar Animation Studios. Dopo l’emergere del movimento #MeToo e il conseguente licenziamento di John Lasseter, il vaso di Pandora è stato scoperchiato (anche se l’impressione è che sia accaduto ancora solo parzialmente) e ne è venuta fuori un’azienda incapace di dare il giusto spazio alle donne, spesso cadendo nella vera e propria misoginia (potete leggere una testimonianza qui).

Lo studio dovrà quindi correre ai ripari nei prossimi mesi e anni, e una delle figure chiave potrebbe essere Domee Shi, prima regista donna di un cortometraggio Pixar. E, bisogna dirlo subito, con premesse come quelle di Bao c’è sicuramente da guardare con molto interesse al futuro di questa regista, non a caso una “protetta” del nuovo CCO Pete Docter, e presto alla guida anche di un proprio lungometraggio.

Bao è un’opera autobiografica che prende a piene mani dall’infanzia e dall’adolescenza della Shi, cresciuta in una famiglia di immigrati cinesi caratterizzata da chiusura e iperprotettività. La protagonista però non è una bambina, bensì una mamma che, una volta cresciuti i figli, ottiene una seconda chance quando uno dei suoi ravioli fatti in casa prende magicamente vita.

In Bao c’è tutto ciò che ha reso la Pixar (e la Disney prima di lei) grande: l’umanizzazione di oggetti inanimati, le gag intelligenti, la capacità di raccontare tanto mostrando il minimo indispensabile e soprattutto l’abilità unica di catturare lo spettatore con la risata, preparando nel frattempo la scena per un climax drammatico. Quest’ultimo, quando arriva, è di una potenza tale da lasciare agghiacciati. Non volendo anticipare nulla, si dirà soltanto che è una scena di un coraggio raro, di un significato simbolico fortissimo. In poche parole: è esattamente questa l’animazione che ci si aspetta da uno studio come Pixar.

La recensione del film Gli Incredibili 2

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