Recensione: Sasha e il Polo Nord

Sembra un controsenso provare una punta di delusione per la situazione attuale dell’animazione occidentale, quando negli ultimi anni i vertici di tutte le classifiche del box office sono stati conquistati sistematicamente da film animati. È una contraddizione piuttosto interessante, perché effettivamente i film che escono dai grandi studi (Zootropolis, Oceania, Inside Out, Sing) sono per la maggior parte ottimi prodotti, che spesso non hanno proprio nulla fuori posto (e gli incassi lo confermano), e tuttavia l’industria alla base cammina sul filo del rasoio, in attesa del passo falso che farà crollare il castello di carte.

Il problema principale probabilmente è che si tratta di executives-driven movies, cioè di film che di fatto sono in mano dal punto di vista anche creativo a un gruppo di dirigenti e ai colossali reparti di marketing e merchandise, entrati a tal punto nel processo produttivo da mettere in discussione la libertà creativa dei registi o degli artisti. Quando un’opera diventa una merce, chi crea arte ha una sola via d’uscita: essere talmente brillante da riuscire a scavalcare in maniera intelligente i limiti imposti. Nulla di nuovo, è una discussione vecchia quanto è vecchia l’arte. Meno libertà creativa significa minor varietà delle tecniche artistiche, meno diversità di voci e un target contenuto in determinate fasce (i famosi “family friendly movies”).

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È invece curioso osservare cosa sta accadendo in Europa, dove l’animazione sta piano piano rinascendo e dove invece i problemi sono ben diversi: da noi non si hanno troppi soldi da spendere, se ne hanno troppo pochi. E in questo senso, Sasha e il Polo Nord, film franco-danese del 2015 arrivato solo a maggio 2017 nelle sale italiane, è un esempio perfetto da analizzare.

Come spesso accade guardando questi film, se si è appassionati di un certo tipo di animazione americana, per alcuni minuti è inevitabile immaginarsi come sarebbe stata una storia così profonda e interessante se i filmmakers avessero avuto più budget da investirci. Se fosse stata in full animation, se ci fossero stati più soldi per gli effetti o magari anche per ampliare il finale che risulta un po’ affrettato. Ci vuole un po’ a comprendere il segreto: film come Sasha e il Polo Nord e i suoi fratelli europei a basso budget sono gioielli proprio perché trasformano l’economia di budget nel loro punto di forza. Fanno proprie le limitazioni dovute alle scarse risorse, rendendole stile ed estetica. Questa è una lezione che possiamo riscontrare anche nella storia Disney: forse non tutti lo ricorderanno, ma alcune delle migliori soluzioni visive, stilistiche e narrative furono create ed adottate nei film ad episodi degli anni ’40 o nei cortometraggi con budget risicato, che costringevano gli artisti a design minimali, animazione stilizzata e a tutta una serie di espedienti che, pur essendo nati in un momento di difficoltà economica, portavano avanti l’arte dell’animazione segnando epoche.

long way north sasha e il polo nord film

L’opera di Rémi Chayé (il cui titolo italiano, bisogna dirlo, è decisamente poco ispirato) abbraccia tutto questo e lo unisce alla storia appassionante di una ragazza che non si ferma davanti a nulla, decisa a ritrovare i resti della nave con la quale tanti anni prima suo nonno fece naufragio. Anche il messaggio della storia propone una curiosa variazione sul tema: se normalmente il bello del viaggio non è mai la meta ma ciò che si vive nel raggiungerla, in Sasha e il Polo Nord quello che conta è arrivare, raggiungere il proprio obiettivo, piantare quella bandierina che significa “ce l’ho fatta”. Si deve arrivare alla meta perché ad attenderci c’è qualcosa di meraviglioso, e solo allora la bellezza di ciò che troveremo ci farà rivalutare la fatica e le sofferenze del viaggio.

Si perdonano allora il finale che sembra incompleto o la scarsa empatia che suscitano alcuni personaggi poco approfonditi (comunque difetti veramente minimali, soprattutto se consideriamo che si tratta dell’esordio alla regia di Chayé). Sasha e il Polo Nord è un’opera raffinata, che ci fa guardare alle possibilità dell’animazione europea con grande anticipazione.“Less is more”, si diceva, e nel caso di Sasha e il Polo Nord è verissimo: spesso i veri gioielli sono nascosti, da trovare guardando con attenzione.

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