Recensione: Oceania

C’è sempre un po’ di timore nell’approcciarsi al lavoro di due leggende, e Ron Clements e John Musker leggende lo sono davvero, avendo diretto tre dei film Disney più amati degli anni ’90: La Sirenetta, Aladdin e Hercules. Se il primo all’epoca fu una vera e propria rivoluzione, gli altri due presentano una comicità brillante come pochi altri classici Disney, nonché scelte stilistiche a dir poco geniali (i cori gospel nell’antica Grecia vi dicono niente?). Nel loro curriculum ci sono poi due gioiellini ingiustamente sottovalutati, Basil l’investigatopo e Il Pianeta del Tesoro, e un classico più recente, La Principessa e il Ranocchio, che ancora oggi è al centro di un dibattito molto forte (è considerato dalla company stessa il film che ha “ucciso” l’animazione 2D). C’era dunque tanta attesa per la loro ultima fatica, Moana Oceania, come è stato ribattezzato in Italia, anche perché per la prima volta il duo ha scelto di abbandonare il tradizionale disegno a mano per lanciarsi nel mondo della computer grafica.

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Oceania è un film forse meno maturo de La Principessa e il Ranocchio, che era stato in grado di offrire spunti di riflessione piuttosto complessi per un classico Disney, incentrando il suo messaggio sull’importanza della fatica e sulla necessità di trovare un equilibrio tra la realizzazione personale e i legami affettivi. Le tematiche di Oceania sono invece una sorta di ritorno alla tradizione e il percorso della principessa Vaiana ricorda più quello di Ariel o Belle che quello di Tiana. C’è la voce interiore che rende Vaiana diversa dagli altri abitanti del suo villaggio e le fa sognare qualcosa di grande, c’è il richiamo dell’avventura e dell’ignoto, ci sono il contrasto con il padre e la consapevolezza di dover affrontare un viaggio per scoprire la propria identità. Il film si può forse spiegare come un ritorno alle origini per Musker e Clements, in questo senso sicuramente ben riuscito in quanto ricalca perfettamente la struttura di un classico anni ’90. Tuttavia manca della stratificazione e della complessità delle loro due precedenti opere e ci si ritrova quindi a domandarsi se sia stata precisa volontà dei registi, o se il duo si sia ritrovato eccessivamente ingabbiato in uno studio che ormai non è più quello di una volta e in un tipo di produzione in cui faticano a trovare posto.

Quello che Vaiana aggiunge all’epopea delle principesse Disney e forse l’aspetto più interessante del personaggio è invece il suo senso di appartenenza a un popolo. Sì, la nostra eroina sogna di vivere avventure, ma più di ogni altra cosa desidera aiutare la sua gente. Come Pocahontas o Kida, la vediamo in una posizione di leadership e guida per gli altri abitanti dell’isola, che guardano a lei come a un esempio da seguire (l’intera canzone iniziale ambientata al villaggio è incentrata sulla formazione di Vaiana e sulle aspettative che ripongono in lei il padre e gli altri abitanti di Motunui come futura capovillaggio). Eppure a un certo punto del suo viaggio questa responsabilità diventa un peso, al punto che la ragazza chiede invano di rinunciare alla sua missione e al suo ruolo perché sono diventati per lei insostenibili. Tuttavia rinunciare al proprio essere e al nostro posto nel mondo è impossibile, e del resto la crescita di un’adolescente passa anche attraverso il rifiuto e la negazione della propria identità, un processo molto realistico che Musker e Clements hanno saputo tratteggiare bene.

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Le scelte più interessanti, tuttavia, Oceania le fa dal punto di vista stilistico ed estetico: tra gli ultimi lungometraggi Disney è infatti quello che più di tutti utilizza l’animazione a mano, chiaro segnale del background dei due registi. Non solo i tatuaggi del semidio Maui, ma anche parte del prologo, alcuni frame nella canzone You’re welcome e alcuni effetti in silhouette durante quella del granchio Tamatoa vogliono ricreare la linea e il feeling bidimensionale fondendolo in modo armonioso con la CGI. Continua anche, coerentemente con quanto impostato da Rapunzel in poi, il lavoro di ricerca dello “stile Disney” applicato alla computer grafica. Oltre all’incredibile lavoro svolto sull’eroina protagonista e su Maui, anche gli sfondi e le ambientazioni non potrebbero essere più lontani dal fotorealismo della Pixar (confrontate per esempio l’acqua in Oceania con quella di Il viaggio di Arlo).

A tutto ciò si uniscono musiche e canzoni accattivanti (curate da Lin-Manuel Miranda, Opetaia Foa’i e Mark Mancina), che hanno il grande pregio di essere tutte sullo stesso livello di importanza e qualità (non c’è il corrispettivo “minore” di In Summer, la canzone di Olaf in Frozen) e di essere ben disposte e ben sfruttate, creando un ottimo equilibrio nel film, laddove in Frozen i numeri musicali si concentravano praticamente tutti nella prima mezz’ora. Miranda porta anche una ventata di freschezza nel panorama musical Disney grazie a sonorità del tutto nuove come quelle di Shiny, cantata dal granchio Tamatoa.

In definitiva, Oceania è un’avventura ben scritta e ben orchestrata in cui tutti gli elementi convergono in modo armonioso in perfetto stile Disney. Probabilmente se ne parlerà meno rispetto ad altre recenti uscite come Zootropolis o lo stesso Frozen, ma con il suo impianto narrativo ricalcato sui film del cosiddetto Rinascimento degli anni ’90, l’ultima fatica di Musker e Clements è una bella risposta ai nostalgici che “non fanno più i film di una volta”.

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